Intervista a Pietro Mennea
Intervista a Pietro Mennea
Lei è il simbolo del grande sport italiano con un record mitico imbattuto per 17 anni che ha ossessionato tutti gli atleti che hanno gareggiato dopo di lei. Eppure lei in una precedente intervista ha affermato di non essere un “predestinato” alla vittoria. Quali sono gli ingredienti del successo per uno sportivo?
Io non credo nella predestinazione. I risultati si ottengono solo con molto lavoro. Nella mia carriera sportiva mi sono allenato 5-6 ore al giorno, tutti i giorni, per 365 giorni l’anno, tra gare e allenamenti, per quasi vent’anni.
Questo modo di fare sport, basato sulla determinazione di chi non perde mai di vista i propri obiettivi e sulla costanza, mi ha garantito una longevità atletica che ancora oggi non ha eguali in una disciplina come la velocità. La corsa è per sua natura uno sport che logora il fisico facilmente e causa molti infortuni, spesso fatali per la carriera di un’atleta. Io ho iniziato la prima Olimpiade nel ‘72 e ho terminato nell’88 senza mai avere un infortunio. Merito di un duro lavoro.
Lo scontro rimasto nella storia “Mennea – Wells” ai giochi Olimpici di Mosca nel 1980. Come ha vissuto quel momento?
Innanzitutto credo che quella di Mosca, sulla quale ho anche scritto un libro, sia stata una delle Olimpiadi con il più alto livello agonistico nella storia dei Giochi. Infatti in quell’occasione furono stabiliti molti record, nonostante il boicottaggio da parte degli Stati Uniti a cui seguì l’assenza di altri Paesi, per un totale di 60 Paesi partecipanti su 141 aderenti al CIO. E poi, per la mia carriera, quella di Mosca fu un’Olimpiade indimenticabile.
Avevo 28 anni ed ero alla mia terza Olimpiade. Avevo partecipato a Monaco nel 1972, conquistando nei 200 metri la Medaglia di Bronzo e a Montreal nel 1976 con il quarto posto. L’Olimpiade di Mosca era l’occasione della mia vita sportiva. Avevo davanti a me grandi avversari come i cubani Silvio Leonard e Osvaldo Lara, i polacchi Woronin e Dunecki, il tedesco orientale Hoff, il giamaicano Quarrie e il britannico Wells. Dovevo vincere.
A me toccò l’ottava corsia (l’ultima) e a Wells la settima. Non avevo punti di riferimento ma riuscii comunque a fare un gara indimenticabile, che ancora oggi viene da molti ricordata come una delle competizioni più esaltanti nella storia delle Olimpiadi. Ricordo che io stesso non mi aspettavo una performance come quella: a dieci metri dal traguardo ero ancora dietro Wells, mi giocai tutto in pochissimi centimetri.
Quel 28 Luglio 1980 alle ore 20.10 ho coronato il mio sogno da sportivo, con rabbia e determinazione.
C’è una gara che le è rimasta nel cuore più delle altre?
Nella mia lunga carriera sportiva ho partecipato a più di 530 gare e ho incontrato più di 600 atleti. Ce ne sono molte ma sicuramente ho un bellissimo ricordo del Campionato d’Europa di Praga del ’78, nel quale vinsi 2 Medaglie d’Oro. In quell’occasione la mia forma fisica era ai massimi livelli e nulla riuscì a fermarmi, neanche il freddo e la pioggia di quell’estate anomala.
Oltre all’attività sportiva, la sua vita è costellata da percorsi professionali di successo. Che rapporto ha lei con le sfide?
Per me la sfida è un modo di interpretare la vita. Lo sport e la competizione mi hanno insegnato a migliorare ogni giorno, a lottare per crescere e avere risultati, non solo in ambito sportivo. Fin da giovane infatti ho capito che era necessario studiare per preparare il terreno del mio futuro. In questo senso la mia crescita agonistica è stata anche una sviluppo culturale e sociale.
Ma la sfida fa parte della mia quotidianità: dalla mia attività di scrittore alla professione di avvocato commercialista, nella quale mi occupo, tra le altre cose, di procedure fallimentari. In questo ambito una delle ultime sfide che sto affrontando è l’assistenza legale a un gruppo di ex obbligazionisti della Lehman Brothers.
Un’altra sfida che raccolgo ogni giorno con impegno e serietà è l’attività sociale. Uno degli ultimi traguardi raggiunti è l’accordo tra la Fondazione Mennea e la Fondazione Rita Levi Montalcini per la creazione di un Laboratorio di Ricerca per la lotta alla SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica) che colpisce ogni anno migliaia di sportivi, soprattutto calciatori.
L’attività della Fondazione mi ha portato a ricevere anche il Premio Padre Pino Puglisi, cosa non usuale per uno sportivo. È il segno di quanto mi piacciano le sfide, a ogni livello.
I giovani e lo sport: gli ultimi dati ISTAT evidenziano che in Italia soltanto solo il 21,5% della popolazione pratica uno sport abitualmente e il 9,6% lo pratica in modo saltuario. Ed emerge un “trend” allarmante: la pratica sportiva continuativa cala vertiginosamente subito dopo l’adolescenza. Lei come interpreta questa tendenza?
Credo che in generale l’Italia possa fare di più per sostenere la cultura sportiva, per farlo però bisogna partire dalla scuola, perché è da lì che tutto nasce. È necessario che il “sapere” e lo “sport” si uniscano in un binomio indissolubile, in cui l’uno sostiene l’altro per costruire il futuro dei giovani, educandoli all’onestà. La scuola deve indirizzare i giovani verso lo sport perché anche se per alcuni sarà solo una delle tante esperienze della vita, è proprio nella pratica sportiva che troveranno degli strumenti fondamentali per affrontare il mondo.
Credo che anche l’attività delle associazioni sportive, come quella di AMOVA, abbiano un ruolo fondamentale nel sostegno alla promozione della cultura sportiva. Credo inoltre che sarebbe utile che ogni istituto avesse una propria associazione sportiva, in grado di dialogare con il territorio e gli enti nazionali e di rappresentare un centro di reclutamento di studenti che, chissà, domani potrebbero diventare i nuovi campioni.Oggi lo sport e il sapere non possono essere scissi, sono parte dello stesso universo, attingono agli stessi principi, agli stessi valori. Non ce lo dobbiamo dimenticare.
Cosa possono fare in concreto associazioni come AMOVA e i grandi campioni promuovere lo sport non soltanto come disciplina sportiva ma come stile di vita?
Associazioni come AMOVA, impegnate sul fronte dei giovani, hanno grandi potenzialità di divulgazione e comunicazione perché raccolgono le testimonianze dirette dei campioni che sono un modello di onestà e sacrificio, gli elementi fondamentali per raggiungere il successo, anche fuori dai campi sportivi. I campioni oggi devono portare il proprio contributo incontrando i giovani e trasferendo loro il messaggio più importante dello sport: chi lavora sodo prima o poi raccoglie i frutti dei propri sacrifici. La vita dell’atleta ne è un esempio lampante perché dimostra come la superficialità e le scorciatoie siano sterili e incapaci di produrre dei risultati duraturi. È qui che i giovani devono cercare degli esempi da seguire, ricordando che i “modelli giusti” sono quasi sempre “nascosti” al di fuori dalle logiche dell’apparire.
E se lei dovesse fare un film sulla sua carriera?
Credo che un solo film per la mia vita non basterebbe. Farei due film: uno sulla mia carriera sportiva, fino all’oro di Mosca e un secondo sulla mia vita dopo lo sport, che anche senza medaglie d’oro, ha delle vittorie importanti. Dalla mia carriera di avvocato all’attività di scrittore fino alle attività di carattere sociale rivolte a bambini e ai malati, senza dimenticare l’impegno in ambito istituzionale per la promozione del sano spirito e del rispetto delle regole. Proprio in questi giorni sarò a l’Aquila, dove stiamo realizzando un progetto per la costruzione della Casa Del Bambino Sportivo, che durante il terremoto è stata distrutta. Un piccolo grande passo verso la ricostruzione.
(Intervista realizzata da Pàttoli Marketing&Comunicazione - info@pattoli.it)




